EBOLI – Un ospedale individuato dalla Regione Campania come centro di riferimento per il ricovero dei pazienti affetti da tubercolosi, ma che non dispone degli strumenti diagnostici necessari a individuare le eventuali resistenze del batterio ai farmaci. È la situazione denunciata dalla UIL-FP Salerno, che attraverso Vito Sparano ha inviato una nota ai vertici dell’ASL per chiedere un intervento immediato e superare quello che, almeno stando alla ricostruzione del sindacato, sarebbe diventato un ostacolo burocratico alla corretta gestione dei pazienti.
Al centro della vicenda c’è il laboratorio dell’ospedale di Eboli, dove vengono regolarmente eseguiti test QuantiFERON, PCR ed esami microscopici, ma non è possibile procedere alla caratterizzazione del micobatterio responsabile della tubercolosi né alla determinazione delle resistenze ai farmaci. Indagini fondamentali per orientare le scelte terapeutiche, soprattutto nei casi in cui il batterio non risponda ai trattamenti comunemente utilizzati.
Il problema, secondo quanto segnalato dalla UIL-FP, riguarda anche la rete dei laboratori di riferimento. Quello di Nocera, individuato per tali attività, non sembrerebbe attrezzato per eseguire gli accertamenti necessari. In passato, invece, i campioni biologici venivano inviati al Cotugno di Napoli, struttura specializzata nella diagnosi e nella cura delle malattie infettive.
Da settembre, però, il meccanismo si sarebbe inceppato. La richiesta di convenzione con il Cotugno risulterebbe ancora bloccata nell’iter amministrativo e, in assenza dell’autorizzazione aziendale, il laboratorio napoletano avrebbe rifiutato i campioni.
Una procedura che, secondo il sindacato, si articola in almeno sette passaggi: dalla richiesta del reparto alla Direzione sanitaria di presidio, fino all’autorizzazione aziendale, alla compilazione della documentazione e all’organizzazione del trasporto dei materiali prelevati attraverso l’esame broncoscopico.
Un percorso che rischia di allungare i tempi degli accertamenti proprio quando la tempestività della diagnosi è essenziale.
Le linee di indirizzo regionali, ricorda la UIL-FP, prevedono l’invio sistematico dei campioni ai laboratori di secondo e terzo livello. La mancata esecuzione di queste indagini potrebbe comportare l’avvio o la prosecuzione di terapie senza i risultati dei test di sensibilità ai farmaci, il mancato riconoscimento di eventuali resistenze e un prolungamento dei periodi di isolamento, con possibili conseguenze anche per la sicurezza degli operatori sanitari e delle persone entrate in contatto con i pazienti.
Non si tratta, dunque, soltanto di una questione organizzativa. Il rischio denunciato è che un passaggio amministrativo ancora irrisolto possa incidere concretamente sulla qualità e sulla tempestività dell’assistenza.
Per questo la UIL-FP ha sollecitato il direttore sanitario dell’ASL Salerno, Primo Sergianni, interessando anche il direttore generale Gennaro Sosto, il direttore delle Professioni sanitarie Mirco Gregorini, la direttrice sanitaria del DEA Eboli-Battipaglia-Roccadaspide Alessandra Piro e il Tribunale del Malato.
Quattro le richieste avanzate: attivare una convenzione, anche provvisoria, con un laboratorio di secondo o terzo livello; individuare in alternativa una struttura autorizzata alla quale inviare i campioni; comunicare una data certa per l’attivazione della nuova piattaforma diagnostica; fornire indicazioni cliniche precise per la gestione della fase transitoria.
Secondo quanto riferito dal sindacato, una nota formale sarebbe già stata trasmessa alla Direzione di presidio, senza che sia ancora arrivata una risposta.
«Il diritto alla salute dei cittadini e la sicurezza degli operatori non possono attendere i tempi della burocrazia», è il richiamo conclusivo della UIL-FP Salerno, firmato da Vito Sparano.
Resta ora da chiarire quali soluzioni intenda adottare l’ASL Salerno per garantire la continuità degli accertamenti diagnostici e, soprattutto, in quali tempi. Perché il nodo sollevato dal sindacato è preciso: un ospedale chiamato a gestire pazienti affetti da tubercolosi deve poter contare su un percorso diagnostico completo, anche quando le analisi devono essere eseguite altrove. E le procedure amministrative necessarie a renderlo possibile non dovrebbero trasformarsi in un ostacolo alle cure.



